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martedì 29 settembre 2026

Salute dei reni: la malattia renale cronica si può riconoscere presto e curare. A Trieste medici di famiglia e nefrologi fanno squadra

Sabato 3 ottobre a Cattinara il corso del Progetto PREMIO. Nel territorio di ASUGI un adulto su dieci ha una malattia renale cronica e oltre 13 mila persone hanno già una funzione renale ridotta, ma solo una su dieci arriva dal nefrologo

Ogni giorno filtrano circa 180 litri di sangue, lavorano in silenzio e quasi mai ci pensiamo ma lavorano intensamente per tenere in equilibrio l’intero organismo. I reni danno pochi segnali quando cominciano ad ammalarsi, per questo la malattia renale cronica, che riguarda circa una persona su dieci, spesso si scopre per caso, da un esame del sangue o delle urine fatto per altri motivi. Eppure oggi riconoscerla presto fa una differenza concreta. Se ne parlerà sabato 3 ottobre 2026, dalle 8.30 alle 13.15, nell'Aula Magna dell'Ospedale di Cattinara, nel corso "La gestione integrata della Malattia Renale Cronica".

Il congresso fa parte del Progetto PREMIO, nato dalla sinergia tra la Società Italiana di Nefrologia (SIN) e la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) con tre obiettivi: prevenire la malattia renale, riconoscerla precocemente e prendere in carico chi ne è affetto. È la prima rete formativa e clinica integrata in Italia dedicata a questo tema. Dopo un primo incontro nazionale a Roma, che ha riunito coppie di medici di famiglia e nefrologi provenienti da tutte le regioni, la formazione viene ora portata nei singoli territori.

A Trieste il corso è guidato dal dott. Vittorio Di Maso, direttore della Struttura Complessa di Nefrologia e Dialisi di ASUGI e coordinatore della Rete nefrologica regionale del Friuli Venezia Giulia, e dalla dott.ssa Natascia Giani, medico di medicina generale. Sono invitati i nefrologi e i medici di famiglia della regione. Il tema principale sarà la malattia renale cronica e la sua presa in carico precoce perché questa è frequente, ma poco conosciuta.

“Circa il 10 per cento della popolazione italiana è affetta da malattia renale cronica, e si stima che nel mondo la percentuale arrivi al 14 per cento, in Italia parliamo di 5-6 milioni di persone”, spiega il dott. Di Maso. “Un medico di medicina generale con 1.500 assistiti ne ha in carico circa attorno ai 150. Il problema è che solo un paziente su tre viene diagnosticato e trattato” sottolinea la dott.ssa Giani.

Il territorio giuliano-isontino non fa eccezione. «I dati di ASUGI ci dicono che nel 2023 il 10,4 per cento degli adulti residenti nelle province di Trieste e Gorizia aveva una diagnosi di malattia renale cronica, cioè oltre 34 mila persone», precisa il dott. Di Maso. «Di queste, una quota importante ha già una funzione renale ridotta, con reni che lavorano a meno del 60 per cento della loro capacità. E ogni anno si aggiungono una quantità rilevante di nuove diagnosi. Sono soprattutto persone anziane, ipertese, spesso diabetiche o con problemi di cuore, le stesse che il medico di famiglia vede in ambulatorio ogni settimana, tuttavia a volte queste patologie non sono presenti e il danno renale colpisce come problematica principale».

In Friuli Venezia Giulia, inoltre, la quota di persone in dialisi è tra le più alte d'Italia. Secondo il Registro Italiano di Dialisi, la regione conta 1.016 persone in dialisi per milione di abitanti, contro una media nazionale di 762.

Il punto critico è il passaggio allo specialista. “Tra chi riceve una nuova diagnosi, solo un paziente su dieci fa almeno una visita nefrologica negli anni successivi”, continua Di Maso. “E l'albuminuria, l'esame delle urine che insieme alla creatinina ci dice quanto è danneggiato il rene, viene eseguita in appena tre pazienti su cento”. In altre parole: “la malattia viene riconosciuta, ma tardi e in modo incompleto. Ed è proprio nello stadio intermedio, dove si trovano oltre otto pazienti su dieci, che intervenire precocemente e con la prevenzione cambia di più il decorso della malattia, perché la funzione renale persa possa essere recuperata, e quella rimasta si può proteggere”.

Ed è in questo contesto che la presa incarico coordinata può fare la differenza. “È fondamentale che il medico di medicina generale individui la malattia il prima possibile e che lo specialista prenda in carico il paziente il più precocemente possibile”, sottolinea Giani. “Lavorare insieme significa anche conoscere meglio i due contesti clinici in cui operiamo, quello dell'ambulatorio di medicina generale e quello ospedaliero. È questo scambio che si traduce in una presa in carico migliore per il paziente”.

Una diagnosi precoce deve essere anche una diagnosi precisa. “Non tutte le malattie renali sono uguali”, aggiunge Di Maso. “Nel nostro ambulatorio dedicato alle malattie infiammatorie e immunologiche del rene, seguiamo pazienti per i quali fino a pochi anni fa avevamo poche armi. Oggi partecipiamo a numerosi studi clinici per lo sviluppo di terapie innovative, e questo ci spinge a fare diagnosi sempre più precoci e precise, perché il trattamento efficace esiste e va dato al paziente giusto nel momento giusto”.

Per il nefrologo la presa in carico comincia da due esami semplici. “La creatinina nel sangue, da cui si calcola quanto filtrano i reni, e l'albumina nelle urine, che dice se il rene è danneggiato”, spiega Di Maso. Questi esami eseguiti una volta all'anno nelle persone a rischio, cioè chi ha il diabete, l'ipertensione, una malattia di cuore, chi è obeso o ha familiari con malattie renali, permettono di intercettare la malattia quando si può ancora fare molto. Il medico di famiglia deve sapere quando inviare il paziente al nefrologo, e il nefrologo deve restituirglielo con indicazioni chiare. Il Friuli Venezia Giulia ha già una Rete nefrologica regionale che collega tutte le strutture di Nefrologia e Dialisi, con il progetto PREMIO si propone e consolida il legame stabile con la medicina generale.

«La prevenzione primaria passa dagli stili di vita: alimentazione, movimento, abitudini voluttuarie», osserva Giani. «È interessante notare che la popolazione è ben consapevole dei fattori di rischio cardiovascolare, ma molto meno di quelli per la salute dei reni. Eppure sono in larga parte gli stessi: ipertensione, diabete, fumo, sovrappeso».

C'è poi una novità che cambia il ruolo del medico di famiglia. «Rispetto a qualche anno fa abbiamo farmaci che, se assunti nelle fasi iniziali della malattia renale, ne rallentano in maniera più che significativa l'evoluzione verso l'uremia terminale, che significa dialisi o trapianto», sottolinea Giani. «Fino a poco tempo fa questi farmaci potevano essere prescritti solo dallo specialista. Oggi può farlo anche il medico di medicina generale, e questo rende ancora più importante il lavoro congiunto con lo specialista e la capacità di individuare la malattia per tempo».

«È il senso di questo corso», conclude Di Maso. «Un paziente riconosciuto presto dal medico di famiglia, valutato dal nefrologo e seguito insieme, con le terapie giuste, è un paziente che molto spesso non arriverà alla dialisi. Non è una promessa: è quello che oggi la medicina ci permette di fare, se lavoriamo in squadra».

 

SSD Comunicazione, URP, Relazioni esterne, Ufficio stampa


data ultima modifica: 29 settembre 2026